Notte delle luci: la storia di un terremoto, di un miracolo e di trecento anni di gratitudine

Ogni primo settembre, quando le campane della Chiesa Madre suonano a stormo poco prima della mezzanotte e i lumi si accendono davanti alle porte di casa, Terrasini rinnova un gesto che affonda le radici in una notte precisa: quella tra il 1 e il 2 settembre 1726. Per capire perché questa tradizione sia sopravvissuta fin qui, intatta, mentre altrove è andata perduta, bisogna ripercorrere quello che accadde davvero quella notte.

La notte del terremoto del 1726

Le cronache dell’epoca raccontano una giornata che si era aperta con un cielo stranamente nuvoloso, quasi cupo, nonostante l’inizio della serata fosse sereno. A intervalli si susseguivano lampi frequenti, senza che nessuno ne comprendesse ancora il significato. Lo storico Antonino Mongitore, testimone di quei fatti, li descrisse con precisione quasi cronometrica: pochi minuti prima delle quattro di notte, mentre quei bagliori si andavano dileguando, un terremoto violentissimo scosse improvvisamente l’intera città. Oggi sappiamo che quei lampi anomali che precedettero la scossa erano probabilmente ciò che la sismologia moderna chiama “luci sismiche”, un fenomeno ancora studiato ma già osservato in altri grandi terremoti della storia.

Il sisma si abbatté sulla costa tirrenica della provincia di Palermo con una violenza tale da farsi sentire lungo tutto il litorale, da Palermo fino a Trapani. Le vittime, secondo le fonti, furono comprese tra le 200 e le 400, con un numero imprecisato di feriti; interi edifici crollarono, tra cui il campanile della chiesa di Santa Eulalia dei Catalani a Palermo. Fu un evento che la storia ha poi ribattezzato “il terremoto di Terrasini”, proprio per il ruolo che il paese avrebbe assunto nella sua memoria collettiva.

Il miracolo e il voto

Mentre Palermo e i centri vicini contavano lutti e macerie, Terrasini uscì dalla notte sostanzialmente illesa. Per i terrasinesi dell’epoca non poteva trattarsi di un caso: la salvezza del paese venne attribuita all’intercessione della Madonna delle Grazie, patrona della comunità. Un’interpretazione, questa, coerente con la mentalità del tempo, che leggeva i terremoti come manifestazioni della collera divina e la sopravvivenza come segno di grazia.

Fu così che, il 22 settembre 1726, l’Arcivescovo di Palermo dispose che ogni anno, nella notte tra il 1 e il 2 settembre, le campane suonassero a festa in tutte le comunità coinvolte, in memoria dello scampato pericolo. Il Senato palermitano, con una propria delibera, stabilì inoltre che le città interessate accendessero luminarie e facessero suonare le campane a distesa per le tre sere successive alla ricorrenza. A Terrasini fu il barone La Grua, signore del feudo, a farsi garante di questo impegno, accordandosi con l’Arcivescovo per il suono annuale delle campane come segno del legame tra il paese e il Senato palermitano.

    Una memoria che è sopravvissuta solo qui

    Nei decenni successivi, quell’obbligo religioso e civile cadde progressivamente in disuso in quasi tutte le altre città coinvolte dal decreto. Terrasini è rimasta l’unica comunità in cui il rito si è conservato ininterrottamente, tramandato non attraverso documenti ufficiali ma di generazione in generazione, per via orale, dentro le famiglie. È proprio questa trasmissione informale, di nonni in nipoti, ad aver reso la Notte delle luci qualcosa di diverso da una semplice commemorazione storica: un patrimonio identitario che i terrasinesi sentono come proprio.

    Nella sua forma più autentica e ancora oggi praticata, il rito è semplice: intorno alle 23.45 le campane della Chiesa Madre suonano a stormo, e i cittadini accendono un lume davanti alla propria abitazione, raccogliendosi per qualche istante in preghiera silenziosa, da soli o insieme ai vicini.

    Da rito privato a evento collettivo

    Negli ultimi anni la tradizione ha iniziato ad affiancare al gesto intimo delle famiglie anche momenti pubblici organizzati dal Comune. Nel 2015, ad esempio, un gioco di luci e ombre proiettato sulla facciata del Duomo ha raccontato per immagini la notte del 1726: il mare in tempesta, la distruzione che si abbatte sulle case e sulla chiesa, il crollo apparente dell’edificio sacro che infine risorge, a simboleggiare l’intervento divino. Nel 2020, in un anno segnato dalla scomparsa in mare dei pescatori del peschereccio “Nuova Iside”, la ricorrenza si intrecciò con un omaggio a loro dedicato, con la messa in scena del testo “Luci di gratitudine, luci di verità”, che alternava il racconto del terremoto del 1726 a quello della tragedia del 13 maggio di quell’anno, unendo passato e presente attorno al tema della luce.

    Il tricentenario del 2026

    Quest’anno la ricorrenza ha assunto un significato particolare: il 1 settembre 2026 cadono infatti i trecento anni esatti dal terremoto del 1726. Per l’occasione il Comune di Terrasini, in collaborazione con l’Associazione Culturale LUNA e la Pro Loco cittadina, ha promosso l’iniziativa “Tre secoli di luce”, che si è tenuta alle ore 23.00 nel sagrato della Chiesa Madre. Un momento pensato per intrecciare, ancora una volta, la memoria di quella notte lontana con il presente della comunità: non una semplice rievocazione, ma un modo per ricordare a tutti — terrasinesi, nuovi residenti e visitatori — perché ogni anno, in questo paese e solo in questo paese, un piccolo lume continua ad ardere davanti a ogni porta.

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