Poco fuori dal centro abitato, in contrada Bagliuso, tra uliveti e muretti a secco, sorgono ruderi che pochi terrasinesi conoscono davvero: sono ciò che resta del Castello di Gazzara, la costruzione a cui il paese deve, più di ogni altra, la propria nascita.

I baroni che fondarono Terrasini

Il nome può trarre in inganno: non si tratta di un castello nel senso classico del termine, ma di una residenza fortificata di campagna. Fu fatta costruire tra il 1668 e il 1684 dal barone Donato Gazzara, che in quegli anni deteneva il feudo e la utilizzava come residenza di caccia. Ma la storia della famiglia Gazzara con questo territorio comincia prima: fu nel 1664 che i Gazzara acquistarono il feudo, e furono proprio i baroni Giovanni e Giovanni Donato Gazzara a spostare il baricentro dell’insediamento verso il mare, gettando le basi del nucleo urbano che oggi conosciamo. A loro si deve anche l’avvio della costruzione della chiesa che sarebbe poi diventata il Duomo di Terrasini: fu Donato Giovanni Gazzara, nel 1683, a far erigere la piccola chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie sul sito dove oggi sorge la Chiesa Madre.

In altre parole: prima dei La Grua Talamanca, che acquisteranno il feudo solo agli inizi del Settecento e che daranno il nome a molti dei palazzi storici del centro, furono i Gazzara i veri fondatori di Terrasini. Il castello, dando il nome all’intera contrada, resta oggi l’unica testimonianza fisica di quella fase fondativa.

Come si presenta oggi

Architettonicamente, l’edificio originario era composto da tre corpi: due laterali e uno centrale. Oggi il corpo centrale e una delle ali laterali sono ridotti a rudere, mentre la torretta superstite — a pianta rettangolare, con volta in pietrame a secco in stile dammuso — versa in condizioni precarie. Le tecniche costruttive rimandano chiaramente all’edilizia rurale siciliana del Seicento: muratura a secco, spigoli portanti in conci di tufo, volte e solai a botte. Alcune finestre laterali, feritoie e un antico uscio oggi murato sono ancora visibili dall’esterno, ma la parte superiore della torre non è più raggiungibile, poiché le scale di collegamento sono andate perdute da tempo. Non a caso, tra i terrasinesi, il rudere è oggi conosciuto più semplicemente come “Case di Gazzara”, ed è diventato anche il punto di partenza di un sentiero escursionistico ad anello che offre una vista sul golfo e su Punta Raisi.

Una storia di occasioni mancate

Dietro l’aspetto oggi dimesso del Castello di Gazzara si nasconde anche una vicenda meno nota, fatta di tentativi di tutela naufragati. Nel 2009 l’allora assessorato ai Beni Culturali del Comune sollecitò formalmente l’avvio delle procedure per la messa in sicurezza e il restauro dell’edificio, con l’idea di farne, insieme alla vicina senia di contrada Bagliuso, un polo culturale a cielo aperto: un teatro all’aperto che usasse il castello come suggestivo sfondo scenico. L’amministrazione inviò una diffida al proprietario privato del bene, chiedendo un progetto di recupero. Ma la vicenda prese una piega inaspettata: il proprietario, spaventato dagli obblighi di messa in sicurezza, minacciò di demolire di sua iniziativa il piano superiore pur di liberarsi del problema — cosa che, con il passare degli anni e nel silenzio generale, di fatto avvenne, cambiando in modo irreversibile la sagoma dell’edificio.

Negli anni più recenti, tuttavia, si è riaperto uno spiraglio: la Soprintendenza ha espresso parere favorevole su un progetto di restauro che potrebbe usufruire di sismabonus ed ecobonus, aprendo la possibilità — finora solo sulla carta — di restituire dignità a uno dei luoghi più antichi e identitari del territorio terrasinese.

Perché vale la pena raccontarlo

Il Castello di Gazzara non è solo un rudere in una contrada di campagna: è il punto zero della storia di Terrasini, il luogo da cui tutto è partito prima ancora che esistesse una piazza, un Duomo o un municipio. Riscoprirlo — magari con una passeggiata lungo il sentiero che ancora oggi parte proprio da lì — significa guardare al paese con occhi diversi, ricordando che dietro ogni pietra c’è sempre una storia da custodire.

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